Le dotte carceri dello Steri di Palermo

L'ultrasecolare Ficus Benjamin di Piazza Marina, Palermo.

Per il recupero dello Steri, imponente palazzo dell’area portuale di Palermo, sono dovuti trascorrere più di 40 anni tra vicende che hanno visto l’intervento dell’Università di Palermo quale ente gestore (il palazzo è sede del Rettorato), dello scrittore Leonardo Sciascia (che vi dedicò il libro Morte dell’Inquisitore, 1964), della stampa locale.
E pensare che era già stato scoperto da Giuseppe Pitrè nel 1906, a testimonianza di come il nostro patrimonio architettonico soffra di dimenticanze e di sostegno finanziario, non solo per la scarsa volontà di chi ci governa ma per l’insensibilità culturale di molti, di chi è restio ad investire sulla cultura solo perché restituisce i suoi frutti a medio e a lungo termine, di chi è tardo a capire che i frutti della cultura durano per sempre e danno ampio spazio occupazionale a tanti giovani, diversamente costretti ad emigrare.
Dicevamo, a Piazza Marina, di fronte a un giardino di imponenti ficus benjamin, intitolato a Garibaldi, sorge un bel Palazzo signorile trecentesco appartenuto ai Chiaramonte, una della più antiche famiglie della nobiltà siciliana, destinato poi a carcere dell’Inquisizione, come abbiamo raccontato in una precedente nota.
In quella stessa piazza, nel Seicento, si tenevano le esecuzioni capitali, i famosi roghi inquisitoriali e, su quelle stesse ceneri, oggi sorgono alberi dalle originali forme. Se il più vecchio di questi ultimi può vantare ben 150 anni d’età e non sbagliamo nei calcoli, possiamo di certo dire che sia stato piantato poco dopo l’Unità d’Italia, forse in risposta alle atrocità che avevano avuto luogo nelle segrete del palazzo dirimpettaio, di cui gli affreschi, le iscrizioni, i disegni e i graffiti lasciati sulle mura delle pareti delle carceri dai “penitenziati” sono una triste ma incisiva testimonianza.
Si può facilmente notare che qualcuno di essi conosceva il latino o era capace di disegnare una cartina geografica a memoria o un Cristo in croce, figure sataniche e angeli, donne dalle facce angeliche e poesie, semplici frasi che segnano l’ultimo passaggio umano degli inquisiti su questa terra.
Eccovi una delle poesie:
“Chistu è lu locu chi cui trasi cridi / l’afflizioni a pena chi si pati/ i chistu locu si discerni a rudi / la vera inimicizia a crudaltati / cà sunnu li lamenti chianti e gridi / chini di l’almi al infernu condannoti / chà l’homu si dispera pirchi vidi / chi fui in gioventù la libertati”.

Sarebbe interessante sapere cosa l’immaginario collettivo popolare oggi ha conservato di questo luogo.

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