Il potere dei palazzi

Ricostruire la storia delle famiglie nobili messinesi è un’impresa alquanto improbabile, poiché le modalità d’accesso ai titoli e le alleanze matrimoniali hanno condizionato molto l’originalità della cosiddetta «mastra nobiliare».

Piazza Annunziata e statua di Don Giovanni d'Austria con ai piedi le macerie del palazzo dirimpettaio.

Ci viene in aiuto il Galluppi, distinguendo tre diversi gradi di nobiltà: generosa, di privilegi e legale, e tre modalità d’acquisto della cittadinanza: per abitazione, per privilegio del Senato o per ductionem uxoris. Ebbene, il noto araldista affermava che le famiglie di nobiltà generosa erano pochissime, ma davvero tante quelle «nobilitate o aggregate alla nobiltà messinese o per privilegio senatorio o per toga di senatore indossata nell’Ordine Civico»[1]. Ne deriva che il Senato di Messina distribuì cariche e onori a circa trecento famiglie solo perchè possedevano un pezzetto di feudo, o avevano rivestito una carica politica o militare o ecclesiastica, o si erano fatti valere nell’ambito del commercio. In più, tutti i nobili e i borghesi nobilitati tramandavano il titolo agli eredi che lo continuavano a mantenere nonostante fossero «discesi a uffici popolari e civili o ad arti meccaniche e ignobili»[2], come invece la regola nobiliare tassativamente vietava.

Nella seconda metà dell’Ottocento, a Messina, dunque, era facile incontrare commercianti e professionisti, con titoli nobiliari, che lavoravano a fianco d’altri imprenditori privi di titoli[3]. L’unica differenza è che i primi avevano ereditato grandi e piccole fortune finanziarie e immobiliari e, grazie al loro nome, si erano inseriti negli uffici della pubblica amministrazione, prima e dopo l’Unità. In più, abitavano in sontuosi palazzi, in stile barocco o neoclassico, nei luoghi più in vista della città.

Originariamente, godevano di vasti possedimenti territoriali siti intorno alla città i Villadicani principi di Mola, i Ruffo principi di Scaletta e baroni d’Altolia, i principi Brunaccini di S. Teodoro a Mili, i Natoli principi di Sperlinga, i Lanza principi di Malvagna, i marchesi De Gregorio Alliata di S. Stefano Medio, i baroni Saccano di S. Stefano Briga, i duchi di Montagnareale a Pistunina, i duchi Moncada a Larderia, i conti Vinciguerra a S. Placido Calonerò, i conti Stagno Navarra di Casandola e Bahria, i marchesi di Cassibile a Gazzi, i Marullo di Condojanni a Montalto, i Marchetti a Paradiso[4].

I Ruffo, i Marullo, i Loffredo, appartenenti a importanti casate nobiliari (di nobiltà generosa, per intenderci), godevano di un palazzo di rappresentanza lungo la Palazzata del porto, che si distingueva dai palazzi dei borghesi per la pregevolezza delle decorazioni architettoniche. Bisogna dire, però, che questi ultimi non erano rimasti con le mani in mano, anzi, si erano notevolmente adeguati, come dimostravano i palazzi degli armatori Bonanno, dei magistrati Calapaj, dei banchieri Lella Siffredi, costruiti fra la Palazzata e il viale Principe Amedeo[5].

Tutti, nobili e borghesi, dopo aver atteso alla scelta del sito geografico più adatto alle proprie esigenze estetiche, panoramiche e professionali, e alla collocazione dello stemma nobiliare sulla facciata del palazzo, provvidero a conquistarsi ulteriori spazi all’interno della città.

(Dal libro “Le mani su Messina” di Dario De Pasquale, Messina 2007 (brossura, carta avorio, 392 pagine, 128 foto B/N, 12 a colori), capitolo I, “28 dicembre 1908: storia di una tragedia annunciata“) 


[1] Giuseppe Galluppi, Nobiliario di Messina, Napoli 1877, pp. 7-12: Messina per antichissimi privilegi poteva aggregare nuovi cittadini all’ordine dei nobili, ma un dispaccio reale dell’11 aprile 1835 sospese nell’ex reame delle Due Sicilie l’iscrizione di nuove famiglie nei libri d’oro municipali, fino alla pubblicazione delle leggi sulla nobiltà.

[2] Ibidem

[3] Ivi, p. 329: per decreto reale del 5 dicembre 1787 il senato messinese fu costituito da tre nobili, due cittadini e un negoziante di primo rango (poi abolito nel 1817). Fino al 1860 i senatori furono eletti soprattutto fra i nobili (indifferentemente se di toga o di privilegio o legali).

[4] Cfr. Francesco San Martino De Spucches, La storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia dalla loro origine ai giorni nostri (1925), Palermo 1927.

[5] D. De Pasquale, Mille volti, un’anima. Dal Gran Camposanto all’Unità d’Italia, un percorso iconografico alla ricerca dell’identità perduta, ABC Sikelia Edizioni, Messina 2010.

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