Tutta la verità sulle 80.000 vittime del terremoto del 28 dicembre 1908

Corso Vittorio Emanuele - Abbassamento del molo

I precedenti

I terremoti degli anni novanta, devastanti per la Calabria, crearono seri danni anche agli edifici di Messina.

Dopo il terremoto del 16 novembre 1894, il ministro Crispi inviò cinquantamila lire quale contributo offerto dal Governo nazionale per il soccorso e il sostegno di migliaia di messinesi sfollati. A questa somma si aggiunsero le 90.166,23 lire del Comitato cittadino per il terremoto, creato per iniziativa di alcuni notabili della città quali il sindaco Giacomo Natoli, il barone avv. Ernesto Cianciolo, l’avv. Ludovico Fulci, l’avv. Nicola Fulci, l’avv. Giuseppe Oliva, il deputato al Parlamento avv. Silvestro Picardi, gli imprenditori Francesco Mauromati e Francesco Lella Rizzotti, i nobili Giovambattista Villadicani, Gaetano Loffredo e Salvatore Marullo[1].

Anche in quest’occasione, tutti i flussi di denaro passarono dalle mani di una plutocrazia composta sempre meno da elementi dell’aristocrazia cittadina e sempre più da piccolo-borghesi in ascesa. In una società dove proprietà immobiliari e cariche politiche contavano più d’ogni altra cosa.

Per tutto il mese di novembre la città restò deserta, i negozi chiusi, i traffici commerciali sospesi. Furono riaperte le «cucine economiche», filantropica istituzione a sollievo delle classi meno agiate, già esistenti nel 1887 in seguito ad una grave epidemia di colera. La prima cucina fu impiantata nel giardinetto dell’ex convento di Santa Maria del Gesù. Una seconda presso l’ex Monastero dello Spirito Santo e una terza presso il Monastero di S. Caterina Valverde, grazie all’interconcessione del Cardinale Guarino. Distribuirono pane e minestra al prezzo di cinque centesimi e razioni gratis per i poveri e, a Natale, cento grammi di carne in luogo dei legumi e centocinquanta grammi di pasta in più. Il costo di ogni razione andava dai tredici ai trentuno centesimi, a seconda della quantità di carne o per una razione doppia[2]. Comitati analoghi sorsero dopo i terremoti dell’8 settembre 1905 e del 23 ottobre 1907.

Tuttavia, le riparazioni apportate agli edifici furono poche e inconsistenti. I senzatetto provvidero a costruirsi delle malsane baracche di legno e malta. Solo i più abbienti rinforzarono la struttura dei loro palazzi e i più prudenti optarono per nuove abitazioni, provviste di strutture antisismiche, come il dottor Cammareri, l’avvocato Munafò, l’architetto Savoja, l’avvocato Calapaj, l’architetto Staiti e qualche altro rappresentante della piccola borghesia.

Le case di Messina

La tipica abitazione ottocentesca messinese era costruita su una bottega con «ammezzato» o una casa con ammezzato e cortile, in pratica un edificio con un locale a pianoterra, destinato alla vendita di prodotti e dell’altezza di quattro metri e mezzo, sormontato da un «piano di mezzo» d’altezza ridotta e da altri due piani di circa due metri e mezzo d’altezza (foto n. 19)[3].

L’abitazione borghese era solitamente composta da un pianoterra adibito a deposito o stalla; un primo piano-dormitorio, al quale s’accedeva attraverso una scala in legno interna; un secondo piano, detto «piano nobile», dove si soggiornava, si mangiava, si godeva della luce naturale fino a tarda sera, raggiungibile attraverso una scala di legno esterna.

Il vasto androne d’ingresso delle case signorili ospitava, talvolta, fontane, statue, imponenti pilastri e paraste che conferivano un’idea di solidità, sia strutturale, del palazzo, sia economica, della famiglia. All’interno, gli alti soffitti arrotondati lungo il perimetro e le pareti, rivestite di preziose carte da parati color giallo-oro o turchino, di decorazioni in stucco riproducenti putti e ghirlande di fiori o affreschi con scene agresti, nature morte, paesaggi crepuscolari tinti «a marezzo», davano al tutto un inconfondibile tocco romantico.

Alcune di queste architetture sono ancor’oggi visibili, in parte recuperate (Case Cicala, nell’omonima via), in parte ricostruite, in via S. Liberale, sul viale della Libertà (villa Rodriguez, villa Tricomi ex Lella Siffredi), in via S. Giacomo (D’Alcontres, ex palazzo Calapaj), in via S. Filippo Bianchi.

Per ritrovare le architetture ottocentesche nella loro versione originale, basterebbe passare in rassegna la periferia della città o la provincia, dove un tempo, in una rigogliosa vegetazione, nobili e borghesi di Messina costruirono monumentali residenze estive. La stessa particolare attenzione era usata nella dotazione delle chiese e delle cappelle cimiteriali[4].

Gli edifici presentavano vari elementi decorativi, mescolati in un’unica architettura composita che abbracciava lo stile neorinascimentale, il plateresco siciliano, il neogotico, il razionalismo neoclassico, il liberty.

La varietà dell’ornato migliorava il lato estetico, ma limitava la stabilità degli edifici. Sotto l’onda d’urto del sisma, la maggior parte delle abitazioni messinesi si sbriciolò, travolgendo gli inquilini, i loro patrimoni e i tesori artistici della città.

I morti a Messina furono circa 80.000 e altri 25.000 a Reggio, per un totale di circa 100.000 vittime. Nel giro di pochi minuti Messina vide scomparire il 60% della sua popolazione.

Nell’ottobre 1891, in Giappone, un terremoto di maggiore intensità investì un’area territoriale dieci volte più estesa e fece «solo» settemila vittime (si aprì una faglia di un chilometro con rigetto di cinque-sei metri). Quest’interessante testimonianza fu riportata, a Messina, dall’esimio professore Fusakichi Omori (1868-1923), ordinario della cattedra di Geodetica dell’Università Imperiale di Tokyo. Recatosi nella città dello Stretto colpita dal terremoto quale il più grande studioso dei movimenti tellurici su scala mondiale, confessò all’ingegnere messinese Giunta la minore gravità del terremoto di Messina rispetto a quello giapponese di diciassette anni prima[5].

Dal libro “Le mani su Messina” di Dario De Pasquale, Messina 2007 (brossura, carta avorio, 392 pagine, 128 foto B/N, 12 a colori). 


[1] I terremoti del 1894 e 1895 nella Sicilia e nella Calabria – Atti del Comitato di Soccorso di Messina, tip. Nicotra, Via 2^ S. Caterina, 12 , Messina 1895.

[2] Rendiconto delle cucine economiche in Messina in occasione dei tremuoti del 1894-95, Messina 1895: la razione base era 166 gr di pane, 118 di pasta, 59 di legumi e 0,7 cl di olio. A Messina, si cominciò a parlare di cucine economiche già nel 1877, su imitazione di quelle tedesche.

[3] Cfr. Antonino Principato, Tipologie edilizie residenziali a Messina nell’Ottocento, in AA. VV., Scritti in onore di Vittorio di Paola, Messina 1985.

[4] D. De Pasquale, Mille volti un’anima …, cit. Da evidenziare l’uniformità degli stili architettonici fra gli edifici di diversa destinazione appartenenti alla stessa famiglia.

[5] A. Giunta, Per la ricostruzione di Messina, estratto dal «Giornale di Sicilia» del 16-17 marzo 1909, tip. Giuseppe Crupi, Messina 1911.

Anche se oggi è poco scientifico mettere a confronto movimenti tellurici verificatisi in diverse parti del mondo e in tempi diversi, potrebbe tornare significativo il fatto che il terremoto di Messina del 1908 ebbe una magnitudo di 7.2 gradi Richter (e 80.000 vittime), mentre il terremoto irpino del 1980 ebbe una magnitudo di 6.9 gradi Richter (e tremila vittime).

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