Eterogenesi dei fini nel terremoto di Messina

Nel capitolo III abbiamo già documentato gli interventi accusatori di ingegneri e geofisici contro la stupefacente crescita edilizia della città. Nella realtà borghese ottocentesca tale crescita non era considerata un peccato, ma una dote: la ricchezza fondiaria conferiva un notevole prestigio sociale e garantiva persino una posizione politica nelle amministrazioni comunali, provinciali e nazionali. L’etica borghese, infatti, relegava all’ambito familiare i princìpi dell’austerità, della moderazione e del risparmio e non vietava l’accumulo di denaro o l’accrescimento delle proprietà[1].

Ragionando in termini moderni, e parafrasando Boudon, Messina fu un chiaro esempio degli «effetti perversi» dell’azione sociale della piccola borghesia nella sua gestione del potere[2]. Impiegati statali e liberi professionisti, fra i quali molti avvocati, puntarono tutto sul benessere economico personale e ottennero l’effetto inverso.

Messina disponeva di ricchezze naturali ed architettoniche, di vaste potenzialità di sviluppo turistico, di una classe imprenditoriale liberista, forte anche del potere politico, e le sacrificò tutte nella corsa al progresso, al facile arricchimento, alla speculazione edilizia.

La borghesia, artefice della trasformazione della città da centro rurale a centro urbano, della rivoluzione edilizia con la conseguente rivalutazione della rendita immobiliare, della crescita dei servizi amministrativi, dei trasporti e dell’offerta culturale, fu in sostanza la principale vittima di se stessa. Avrebbe potuto sfruttare queste risorse in senso più moderno, ma non n’ebbe nè il tempo nè la sensibilità. La terra fu sempre al centro di tutte le sue attività economiche (commercio di prodotti agricoli, acquedotto, dazio al consumo, tram, edilizia) e fu proprio la terra a sconvolgere i suoi piani di sviluppo e a condannarla a una fine atroce. Memore degli «errori» commessi dalla vecchia e avida aristocrazia, «punita» nelle sue ricchezze dal terremoto del 1783 [3], non poteva neanche affermare di non essere a conoscenza della rischiosità del fenomeno.

Abbiamo visto, infatti, come alcuni intellettuali previdero le possibili conseguenze di quella deprecabile speculazione: l’ing. Martinez nel 1879, l’ing. Hopkins nel 1882, l’ing. Liotta nel 1900, l’imprenditore repubblicano Pulejo nel 1903 s’appellarono ai diritti dell’uomo e al comune senso di giustizia, al dovere civico dei governanti e al rispetto delle norme costituzionali, senza essere ascoltati.

La triste scoperta degli intellettuali italiani dei secoli XIX e XX fu, infatti, il tradimento dei valori risorgimentali da parte del governo italiano, cosa che per molti equivaleva all’inutilità del sangue versato per il raggiungimento dell’Unità.

Il terremoto, con i ritardi e le inefficienze della macchina governativa, gli aiuti esteri malgestiti, le malversazioni, le ruberie, acuì la sensazione di tradimento dell’idea di Nazione e aumentò il distacco tra le élites politiche e il resto della popolazione.

Dal libro “Le mani su Messina” di Dario De Pasquale, Messina 2007 (brossura, carta avorio, 392 pagine, 128 foto B/N, 12 a colori), capitolo V: Riflessioni post-terremoto: gli «effetti perversi» del potere e il tradimento dell’idea di «Nazione».


[1] Sulla coscienza sociale di fine secolo: H.S. Hughes, Coscienza e società. Storia delle idee in Europa dal 1890 al 1930, Einaudi, Torino 1967; L’età della borghesia, a cura di G. Palmade, Feltrinelli , Milano 1975, vol. 27 della Storia Universale Feltrinelli; E. J. Hobsbawn, Il trionfo della borghesia, cit.

[2] L’idea originale appartiene al sociologo francese Raymond Boudon, autore del libro Effets pervers et ordre social, Paris, 1977, tradotto da Antonio Chiesi e pubblicato in Italia da Feltrinelli con il titolo Effetti «perversi» dell’azione sociale, Milano 1981. Dietro invito dell’esimio prof. Francesco Di Donato, profondo conoscitore della teoria dell’eterogenesi dei fini, mi è stato sufficiente applicarla alla realtà del terremoto di Messina. Cfr. anche le singolari osservazioni di A. Placanica, Lo specchio e il finimondo. Usi storiografici alternativi della tematica catastrofica, in G. Botta, a cura di, Prodigi paure ragione. Eventi naturali oggi. Milano, Guarini, 1991, pp. 219-239; A. Placanica, Pensiero colto e mentalità popolare davanti alla paura da catastrofe, in L. Guidi, M.R. Pelizzari e L. Valenzi, a cura di, Storia e paure, immaginario collettivo, riti e rappresentazioni della paura in età moderna, Milano, Angeli, 1992, pp. 134-145.

[3] Per un’analisi semiologica del fenomeno tellurico vd. Augusto Placanica, Il filosofo e la catastrofe. Un terremoto del Settecento, Storica Einaudi, Torino 1985, cap. V, paragrafo 3: Apocalisse e palingenesi: i comportamenti sociali e il capovolgimento delle fortune, pp. 161-171

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