La tempesta dopo l’Unità

Gran Camposanto di Messina: parterre d'ingresso

Negli anni ‘50 dell’Ottocento, Messina riportava ancora le ferite delle guerre d’indipendenza e numerosi monumenti, edifici, decorazioni, strade, ricordavano la presenza dell’invasore spagnolo.

L’Unità d’Italia aveva accresciuto il sentimento patriottico dei cittadini, che adesso proponevano l’abbattimento di quegli antichi baluardi: il forte Gonzaga, la Cittadella, il forte Don Blasco, la statua di bronzo del re Carlo II davanti al palazzo di Giustizia. La nuova amministrazione aveva scorto la possibilità di cancellare con un colpo di spugna un passato cruento, di triste sottomissione, e dare nuova vita alla città grazie a parchi, arene, teatri, caffé letterari, il recupero del Duomo e della Fontana d’Orione, una gigantesca statua della Libertà.

Al contempo, pensava ad approvare il progetto del camposanto, uno dei pochi che avrebbe potuto garantire un ritorno economico.

Il progetto che aveva vinto su tutti era quello dell’architetto messinese Leone Savoja[1], quarantenne, già da dieci anni docente universitario d’Architettura, statica e idraulica presso l’Ateneo messinese. Infaticabile viaggiatore, aveva soggiornato in numerose città europee come Roma, Venezia, Parigi, Colonia, Monaco, Norimberga, Vienna, Dresda, Berlino. Le planimetrie e i prospetti da lui presentati s’ispiravano agli studi fatti su altri cimiteri monumentali d’Europa: il parigino già citato, e quelli di Verona, Staglieno e Pisa.

Il suo progetto prevedeva l’erezione di un complesso monumentale all’interno di un sito storico, sede dell’antichissima Signoria della Palmara[2], lontano circa un chilometro e mezzo dal centro abitato (750 canne) e vasto venti ettari. Era il sito già individuato dall’amministrazione comunale, quello «sopra i Miracoli di S. Cosimo», il più lontano dalla città, il meno dotato di strutture architettoniche preesistenti, ma il più panoramico. Al fine di sfruttare la disposizione particolarmente amena del luogo, Savoja avrebbe fatto spianare una vasta area all’entrata, da destinare ad ampia distesa verde, contornata da siepi e fiori, intersecata da vialetti, in uno splendido gioco di colori. Proseguendo lungo la salita, su un grande altopiano, era prevista la costruzione di una Galleria Monumentale, provvista di uno spazioso corpo centrale e di due braccia laterali più sottili. Tutti e tre i corpi architettonici sarebbero stati percorribili attraverso enormi portici, sorretti da colonne sormontate da capitelli in stile ionico. Le pareti delle gallerie sarebbero state rivestite da lapidi commemorative, dedicate ai notabili della città[3]. Un’altra vasta area sarebbe stata destinata a spazi verdi e un’altra all’inumazione dei proletari, democratica conquista, rispetto alle passate fosse comuni, ereditata dalla cultura anglosassone. La collina che avrebbe ospitato il cimitero sarebbe stata percorribile grazie ai previsti terrazzamenti e alle gradinate che avrebbero portato alla parte più alta e più preziosa della struttura, il Cenòbio. All’altezza della Galleria monumentale si poteva godere del panorama del porto e dello stretto di Messina, in un’amena posizione d’ampio respiro.

Nel tempo in cui nella sede municipale si discuteva sulla scelta di un sito per il cimitero, sulla direzione dei lavori e sulla gestione della nuova struttura, nessun altro provvedimento era stato preso per migliorare le condizioni igieniche delle strade e dei villaggi cittadini, sempre preda di scoli fognari a cielo aperto, dello straripamento dei torrenti, della stagnazione delle acque piovane, della cattiva circolazione dell’aria fra gli edifici[4].

Così un’altra epidemia di colera trovava terreno fertile nel 1867, provocando seimila morti. Tutto come nel 1854. L’architetto comunale Giacomo Fiore auspicava un ritorno ai pozzi neri isolati, da svuotare con pompe aspiranti, e la ricostruzione d’interi complessi urbani, ma per il momento tutto rimaneva sulla carta[5].

In questo clima aveva inizio, nel caldo agosto del 1865, la costruzione del Gran Camposanto di Messina, sotto la guida dello stesso Leone Savoja. Il capitale stanziato per garantire l’apertura dei lavori era di centoventimila lire, su una spesa complessiva stimata di un milione di lire. I privati avrebbero contribuito a finanziare la restante parte con l’acquisto degli spazi per i monumenti e le cappelle.

Già nelle intenzioni del suo progettista e alla vista dei disegni presentati, poteva dirsi uno dei più bei camposanti d’Europa per solennità ed estensione ma, per via di una cronica mancanza di fondi (dovuta anche alle varie calamità che avevano colpito la città), il progetto del Savoja non fu mai portato a termine. La complessità e l’impegno economico dell’opera avevano già invitato gli amministratori a seguire la politica dei piccoli passi. Uno dei primi era consistito nell’acquisto dei fondi terrieri necessari per la realizzazione dell’impianto, attraverso le espropriazioni per motivi di pubblica utilità.

Dal libro Mille volti, un’anima. Dal Gran Camposanto di Messina all’Unità d’Italia, un percorso iconografico alla ricerca dell’identità perduta, di Dario De Pasquale (ABC Sikelia Edizioni, 2010), ISBN: 9788890470004 


[1] Leone Savoja (1814-1885), a 30 anni vinse il concorso che gli assegnò la cattedra di architettura, statica e idraulica nel patrio Ateneo; fu ingegnere capo del Genio Civile, Preside dell’Istituto tecnico e nautico di Messina per ben dieci anni; membro della commissione reale per soprintendere l’Esposizione Nazionale di Firenze nel 1863; Consigliere della Società italiana di Storia e di Archeologia; membro del Comitato per l’Esposizione internazionale di Londra e Parigi; membro, per decreto, del congresso internazionale all’Esposizione di Vienna. Abitava abitualmente a Messina, in via S. Giacomo 25. Fu anche Ingegnere direttore del Camposanto di via S. Clemente, Presidente del Comizio Agrario nel Palazzo della città, membro della Commissione d’arte del Camposanto, Preside ed insegnante nella facoltà di Scienze Fisiche, matematiche e naturali dell’Università di Messina.

[2] Proprietà dei Signori della Palma o della Palmara, poi volgarizzati in Palamaro o Palamara, appartenenti a un ramo della dinastia degli Altavilla, Re di Sicilia, Duchi di Puglia e di Calabria. Ebbero numerosi incarichi politici sotto l’impero di Federico II.

[3] A tal proposito vedere l’approfondimento a cura di Guarniere, Problemi attuali dei cimiteri in genere con particolare riferimento al Gran Camposanto di Messina, ricerche del geometra Santi Smedile, Messina 1974, pp. 10-18.

[4] Savoja, Sui diversi metodi di fondazione nei terreni cedevoli e in acqua, Messina 1844 e Idem, Ai deputati delle pubbliche acque di Messina, Messina 1855.

[5] Fiore, Delle cause permanenti che hanno fatto imperversare il colera in Portalegni e modo come ripararsi, Messina 1867.

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