In un grande magazzino una volta al mese …

Spingere un carrello pieno sotto braccio a te
e parlar di surgelati rincarati
far la coda mentre sento che ti appoggi a me…

così inizia il testo di una canzone di Lucio Battisti (Perché no?, dall’album “Una donna per amico”, 1978). Rispetto a tante altre canzoni del cantautore di Poggio Bustone questa è la meno conosciuta ed è stata sottoposta ultimamente alla mia attenzione da una persona a me molto cara, di grande sensibilità culturale oltre che di raffinati gusti musicali.

Mi chiederete: – cosa c’entra Battisti e Perché no? con un blog di storia?

C’entra.

Ricordate degli anni ’70, quando al grande magazzino si andava veramente una volta al mese per riempire il carrello di articoli in promozione, farsi la riserva per trenta giorni e risparmiare un po’? Niente a che vedere con i mastodontici centri commerciali di oggi, frequentati giornalmente anche dagli stessi avventori. Ditemi adesso se in circa 30 anni non è cambiata la storia economica italiana anche su queste basi. Dal piacere della spesa si è passati al consumismo più sfrenato, ai circuiti con premi, sconti, offerte, labirinti di un finto mondo dei consumi che danno l’idea dell’abbondanza ma si contrappongono alla sempre maggiore scarsità delle risorse, del lusso sfrontato che si contrappone alla povertà nascosta come una vergogna, l’illusione del potere di scelta che è illusione di ricchezza e certezza di spreco.

Sono andato a guardarmi anche i dati statistici degli ultimi trent’anni per capire in che proporzioni si è imposto il cambiamento: sono aumentate le intolleranze e le allergie da alimenti, i giovani assumono il 20% in più di zuccheri grazie a merendine e snacks, i consumi di carne, surgelati e prodotti lattiero-caseari è aumentato del 400% (distrutti 5 mq di foresta per ogni hamburger, dal 1970 ad oggi circa 20 milioni), l’orto di casa è ormai un privilegio di pochi, i prezzi degli alimenti primari sono aumentati del 150%, mentre, dall’altra parte, non diminuisce il numero degli affamati nel mondo (dati Fondazione Censis, rapporto World Watch Institute, FAO).

Nel 1975 il consumo alimentare assorbiva il 34,4% delle spese delle famiglie. Oggi, a fronte delle risorse da destinare alla casa (affitti, mutui, manutenzione, fiscalità), ai trasporti (spostamenti quotidiani, week-end, viaggi e vacanze), ai servizi in genere (sanità, istruzione, comunicazione, cultura e tempo libero) l’incidenza della spesa alimentare è scesa al 18,9% (Istat) e addirittura sotto il 15% se non si considerano le bevande alcoliche. Per fortuna aumentano i consumi di frutta e verdura e di pesce (Eurostat 2006).

La canzone di Battisti mette in evidenza anche l’aspetto sociologico del tema, sottolineando la differenza dei ritmi di vita fra ieri e oggi, la serenità di ieri contrapposta alla frenesia di oggi. D’altra parte in tv c’era solo il Carosello a pubblicizzare i prodotti  della grande distribuzione, con cortometraggi della durata media di dieci minuti, contro i 30 secondi degli attuali spot pieni zeppi di messaggi ammiccanti e, a volte, ambigui. I bambini giocavano ancora con i soldatini o con le bambole e lavoravano di fantasia con le ombre cinesi.

Se dunque la spesa di qualche tempo fa era un piacere per la famiglia, serviva a tenere uniti, istruiva i bimbi nella spesa, oggi sembra più “un’affare di famiglia”. La famiglia delle multinazionali.

Se la moderazione non è più di moda si può sempre cominciare da noi stessi per migliorare, tornando all’essenziale. Con le credenze piene di cose fatte in casa, le menti tenute ben allenate da ricette fantasiose e il borsellino un po’ più ricco.

Anche una semplice e piacevole canzone, a volte, ci può far riflettere su temi importanti della società attuale.

Grazie a chi me l’ha suggerita.

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