dallo Statuto Albertino all’unità d’Italia (1848-1861)

Massimo Taparelli marchese D'Azeglio, primo ministro del Regno di Sardegna dal 1849 al 1852, in un dipinto di Francesco Hayes del 1860.

Attraverso la carta costituzionale del regno di Sardegna (detta Statuto Albertino), il re CArlo Alberto si era garantito il mantenimento di grandi poteri, pur accettando l’istituzione di organi collegiali come il Governo e il Parlamento: egli era contemporaneamente Capo dello Stato, capo del governo e capo dell’Amministrazione. L’idea di rappresentanza popolare era entrata di prepotenza in tutte le costituzioni europee complice non solo la rivoluzione francese, ma l’esempio del governo parlamentare inglese (vedi Reform Bill del 1832), con il quale veniva assimilata anche l’idea del potere che limita il potere, che già fu di Montesquieu e della costituzione americana.

Il re piemontese s’ingeriva in quasi tutti i poteri: a lui toccava nominare il presidente del consiglio e i ministri, i senatori, i giudici, i capi dell’esercito (art.6), comandava egli stesso le forze armate (art.5), aveva il diritto di dichiarare guerra, di firmare la pace e di intrattenere rapporti internazionali (art.5), di sanzionare e promulgare leggi (art. 7). Le leggi emanate dal parlamento, organo legislativo per eccellenza, dovevano essere ratificate dal sovrano (art.8). G

li art. 65, 66, 67 facevano dipendere dal re il ministero senza precisare nulla circa la sua responsabilità politica nei confronti delle camere. Il Parlamento, inoltre, non aveva un potere di controllo sul governo tramite il voto di fiducia (il senato aveva rappresentanti dell’esercito, della burocrazia e del clero, qualificati per censo e per prestigio, in numero non limitato art.33). Il Governo, d’altra parte, era un organo esecutivo che condivideva i propri poteri con il sovrano e poteva emanare decreti legge e decreti legislativi solo in casi eccezionali, come ad esempio in stato di guerra.

Questo stato di cose portava a una monarchia costituzionale pura. Come avvenne allora il passaggio verso il governo parlamentare?

Il primo presidente del consiglio a chiedere i poteri al Parlamento fu Casati. La scissione tra corona e governo, invece, non era prevista dallo statuto ed avvenne allorquando il re si stabilì al fronte per la guerra e il Parlamento investì il Governo dei suoi poteri. I primi governi a base parlamentare furono quello di Gioberti e di Chiodo.

La strada fu lunga e travagliata, ma il primo passo verso il rafforzamento del potere del Parlamento fu compiuto dal re Vittorio Emanuele II, il quale, in seguito all’abdicazione di Carlo Alberto, nominò quale presidente del consiglio Massimo D’Azeglio, un uomo del re, ma moderato, al posto del più reazionario de Launay (nominato il giorno del suo insediamento).

Il segreto fu l’estrinsecarsi, nella prassi e nel tempo, del rapporto di fiducia tra Governo e Parlamento, mentre il sovrano avrebbe scelto i ministri su indicazione del Parlamento.

La svolta verso la modernizzazione dello stato era cominciata: per la prima volta D’Azeglio pronunziando le parole accentramento del potere e laicizzazione aveva fatto compiere un enorme balzo in avanti al movimento liberale. Sotto la sua legislatura furono proposti l’abolizione del maggiorasco e del fedecommesso, l’inamovibilità dei giudici (soluzioni che sancivano il passaggio da una società feudale a una moderna), e poi ancora l’abolizione del foro ecclesiastico, il divieto di acquisto di beni immobili per le istituzioni ecclesiastiche (leggi Siccardi). Un insieme di iniziative difficili da mettere in pratica ma necessarie. Tant’è vero che il governo D’Azeglio si vide messo in crisi da un Parlamento che non riusciva a mettersi d’accordo, diviso com’era tra democratici e moderati (le diverse vedute della lotta per l’indipendenza), fra chi voleva un suffragio universale e chi voleva mantenere quello ristretto.

Sì, perchè la legge elettorale del 1848 prevedeva un meccanismo caro ai risorgimentali e alla borghesia urbana: il suffragio ristretto e censitario e il collegio uninominale a doppio turno. Questo sistema permetteva ai notabili di entrare in Parlamento grazie alla popolarità raggiunta nel proprio collegio, non per niente veniva votato chi teneva numerose relazioni sociali come gli avvocati, i medici, i professori, i banchieri. Nel meridione non mancarono le figure ibride di proprietari terrieri-imprenditori-banchieri. Così come non mancarono casi di voti di scambio, soprattutto se si rivestiva una professione nel mondo della finanza.

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