La Chiesa di Santa Maria della Grotta (Palermo e Marsala)

Santa Maria della Grotta, affresco murale di epoca bizantina. Chiesa ipogeica di Santa Maria della Grotta, Marsala (TP)

E’ incerta l’origine dell’antichissima chiesa palermitana, ricavata da una delle numerose grotte scavate dall’erosione del fiume Kemonia (o “fiume del maltempo”) e utilizzata nel periodo paleocristiano come luogo di culto o come necropoli, infine come chiesa ipogeica.

Con l’arrivo dei Normanni, il fiume Kemonia veniva interrato e la zona si popolava di nuovi edifici religiosi e di un nucleo abitato in cui convivevano greci, arabi, latini ed ebrei. Proprio in quei tempi doveva nascere l’Abbazia di Santa Maria della Grotta, dotata di numerose terre che andavano da Palermo fino a Marsala.

Le testimonianze storiche attestano la coesistenza di quattro chiese nello stesso sito, già nell’anno 1149 e, quindi, sotto il re normanno Ruggero II: Santa Maria della Grotta, Santi Cosma e Damiano, San Michele e San Leonardo de Indulcis[1]. La chiesa di Santa Maria della Grotta, in particolare, subì un repentino processo di modifiche con l’arrivo a Palermo della Compagnia dei Gesuiti (1547), alla quale vennero affidati importanti compiti di istruzione del notabilato locale. La loro importanza è confermata dal privilegio dell’imperatore Carlo V del 30 gennaio 1552, che concedeva loro l’abbazia e la chiesa di Santa Maria della Grotta con tutto il tabulario e la biblioteca in esse contenuti.

I Gesuiti provvidero ad impiantarvi il loro nuovo collegio e, per far luogo alla nuova chiesa di Casa Professa, modificarono il vecchio edificio. Sopra il portale del nuovo istituto i Gesuiti fecero apporre una targa, in ricordo dell’antica chiesa di Sancta Maria de la Grotta (o de Crypta), che ancora oggi si legge. Con queste e altre modifiche il collegio di Casa Professa attraversò i secoli, finché, nel 1767, i regnanti della casa dei Borbone, dietro scomunica papale, espulsero i Gesuiti dalla Sicilia, confiscando loro tutti i beni, che vennero destinati alla “pubblica utilità”.

L’Abbazia di Marsala fu fatta costruire da Cristodulo (l’emiro ‘Abd-er-Rakhman en Nasrani), Ammiraglio di Sicilia a Marsala, su ordine del Conte Ruggero, nell’anno 1098. Per compensare la perdita della sede vescovile, trasferita a Mazara, il conte Ruggero assicurò all’Abbazia una ricchissima dote con molti poderi, il feudo Rinazzo e l’isola di Mothya. L’amministrazione fu lasciata ai monaci basiliani. La chiesa di Santa Maria della Grotta di Marsala dei Padri Basiliani sorgeva sopra le catacombe dei primi cristiani lilybetani perseguitati prima dai romani, poi dai vandali e dai saraceni. A struttura ipogeica, è una rarissima testimonianza della presenza e dell’espressione artistica e culturale bizantine nella Sicilia occidentale, ma oggi necessita più che mai di un recupero.

A onor di completezza, aggiungiamo che le citate abbazie di Santa Maria della Grotta dipendevano dall’Archimandritato del SS. Salvatore di Messina, per via di un decreto del Re Ruggero II di Sicilia del maggio del 1131, con il quale si elevava il monastero del SS. Salvatore in lingua phari di Messina a “mandra” o Mater Monasteriorum, guida di tutti i monasteri basiliani dell’Isola e della Calabria.

Nel 1198, i nuovi regnanti Enrico VI Hohenstaufen, figlio di Federico Barbarossa, e Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggero II di Sicilia, riunirono le due abbazie di Palermo e di Marsala sotto un’unica giurisdizione.

L’unione fu confermata nello stesso anno da papa Innocenzo III.


[1] Le ultime due sono le attuali San Michele Arcangelo e Santi Crispino e Crispiniano.

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