Perché la cultura fa bene all’Italia

foto cultura dipintoLa nostra Costituzione basa una buona parte dei suoi fondamenti sui temi della cultura e della ricerca. All’art. 9 leggiamo: “La Repubblica italiana promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione“. Ne deduciamo che è la Repubblica, intesa come res publica (cosa pubblica, che appartiene cioè a tutti, alla comunità intera), che promuove e tutela (il resto lo fanno gli enti locali e i privati, in seguito alla riforma del Titolo V della Costituzione), e che cultura e sviluppo sono fra loro correlati: non c’è sviluppo senza cultura. E cultura è educazione, istruzione, ricerca scientifica, conoscenza. Tutte attività che risvegliano l’animo umano dal torpore delle leggi economiche e dell’inefficienza della macchina burocratica statale, dal grigiore dei programmi di studio scolastici e universitari, dalla marginalità con cui vengono trattati i ministeri che si occupano di attività culturali.

La cultura e la ricerca danno vita all’innovazione e, di conseguenza, creano occupazione. L’indicatore del progresso di una nazione non può essere più, o solo, il Pil. Per tali motivi è necessario ripartire dalla scuola e dall’educazione all’arte, anzi alla storia dell’arte, che rende i giovani consapevoli e, dunque, responsabili, del bisogno di tutela del nostro patrimonio. Per educare all’arte non basta la rassegna seppur ragionata e interrelata delle opere d’arte prodotte dalla preistoria fino a oggi, ma serve anche la pratica dell’arte, l’esercizio creativo che esalta le proprie doti estetiche, coloristiche, geometriche, stilistiche e permette la comprensione “attiva” della produzione artistica mondiale. Da analisi compiute sin dalla scuola elementare, è dimostrato che gli allievi impegnati in attività creative riescono ancora meglio nelle attività scientifiche.

Proprio perché l’arte, per sua natura, è viva e dinamica, le possibilità di ampliare il proprio bagaglio culturale e di inserirsi in nuovi ambiti lavorativi sono pressoché infinite. Pensate che un bene culturale non è solo quello che si vede, nelle sue dimensioni materiali (che rappresentano il capitale economico), è anche informazione, rispetto ai tempi e ai luoghi in cui è stato concepito (capitale culturale), è punto di contatto con altri popoli (capitale sociale), è un simbolo di un’epoca o di un ideale che travalica ogni tempo (capitale simbolico). Alla luce di questa riflessione, pensate al valore (economico, culturale, sociale, simbolico) di ogni bene culturale italiano e quanto lavoro potrebbe consegnare ai nostri giovani.

Secondo i dati Mbac il patrimonio dei beni culturali italiani comprende: 20.000 centri storici, 45.000 castelli e giardini, 30.000 dimore storiche, 100.000 chiese, 2.000 siti archeologici, 3.500 musei pubblici e privati. Inoltre, abbiamo il più alto numero di siti iscritti nella lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO. C’è anche una nota dolente, in controtendenza rispetto a questi straordinari dati: il sistema italiano della cultura conferisce ai beni culturali solo lo 0,2% del PIL (contro la media dello 0,5% degli altri Paesi europei che non godono di queste caratteristiche): si tratta di poco più di 2 miliardi di euro per garantire tutto. Solo per salvare l’Alitalia, il governo italiano ha trovato 4 miliardi di euro.

Negli ultimi dieci anni sono stati fatti molti passi in avanti, ma bisogna lavorare ancora a fondo per sostenere il settore culturale nel nostro Paese, garantire l’apertura di nuovi posti di lavoro, evitare il tracollo economico cui stiamo assistendo oggi.

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