L’ARTE GOTICA

Se l’arte romanica è un’arte funzionale ed iconografica, tipica dell’alto-evo, del periodo dei monasteri, dell’economia a cortissimo raggio, dei feudi, l’arte gotica è un’arte puramente estetica, fatta dalla borghesia e per la borghesia emergente.

Fra il 1000 e il 1300, l’economia dell’Europa occidentale sboccia improvvisa grazie all’optimum climatico medievale, la nuova tecnologia applicata all’agricoltura e al settore manifatturiero. Di conseguenza, le migliori condizioni di vita e l’incremento demografico, allargano il mercato, aprendo nuove vie commerciali verso l’Estremo Oriente.

E’ in queste condizioni di benessere sociale, civile ed economico che nasce l’interesse verso le arti e la cultura in generale.

In una piccola regione intorno a Parigi, denominata Ile de France, nasce il Gotico. Questo termine venne adoperato per la prima volta nel ‘500 da Giorgio Vasari (pittore e storico dell’arte) per indicare quell’arte così stravagante e leggiadra voluta dai Goti, ovvero dai barbari, che si allontanava da quella classica greca e latina, anzi che, sempre a detta del Vasari, ne costituiva un’offesa bella e buona.

L’ARCHITETTURA GOTICA

L’architettura gotica ha caratteristiche che la rendono unica ed originale: le sue verticalizzazioni hanno forti connotazioni simboliche: servono a distinguere gli edifici civili di ricchi mercanti fra quelli bassi e scuri della massa plebea, invitano i fedeli a puntare gli occhi verso il cielo e a farli sentire un tutt’uno con il divino.

Fra gli elementi architettonici più ricorrenti ricordiamo l’arco acuto, la volta ogivale, l’arco rampante, le guglie o pinnacoli. Le parti murarie diventano più sottili mentre aumentano le superfici vetrate che tolgono volume ed aumentano luce ed aria, conferendo all’edificio movimento e grande respiro. Il peso della struttura, infatti, a differenza dell’architettura romanica, viene distribuito su pilastri e una serie di strutture secondarie poste all’esterno degli edifici, denominate contrafforti.

Il gotico interessa tutti i settori della produzione artistica, come la pittura, la scultura, l’oreficeria, la miniatura, l’intaglio di avorio, le vetrate, i tessuti, ecc.

Lo stile nasce ufficialmente con la costruzione del coro dell’Abbazia di Saint-Denis a Parigi, nel 1144. L’intenzione è quella di creare un lembo di Paradiso in terra, ecco perché molte volte all’ingresso appare una raffigurazione del Giudizio Universale.

L’Abbazia era allegata all’antico monastero benedettino fondato da Dagoberto I, re dei Franchi dal 628 al 637, ma, tristemente trascurata dagli abati coinvolti in sanguinose guerre, decade ben presto. A darle nuovo fulgore è l’abate Fulrado nel 750, ma a darle l’attuale conformazione architettonica è l’abate Suger, consigliere del re e reggente di Francia durante la seconda crociata. E’ proprio Suger, fra il 1221 e il 1251, a suggerire lo stile dell’edificio perché fosse realizzata  un’architettura fatta di luce. A tale scopo, la immagina con una pianta a croce latina con cappelle laterali e la volta su ogive incrociate che permette di alleggerire i supporti e scavare le pareti, mentre le vetrate creano un muro ondulatorio di luce. Per la prima volta viene inserito un rosone, raffigurazione della nascita di Cristo a oriente. Qui, addirittura, sono due: quello a nord ha colori freddi perché simboleggia le tenebre, mentre il rosone a sud, è vivace e coloratissimo.

San Luigi IX vuole dotare l’edificio religioso di una scultura-simbolo per ogni sovrano sepolto a Saint Denis: il transetto, infatti, ancora custodisce quattro statue originali del XIII secolo delle 16 ordinate da San Luigi, raffiguranti re e regine Merovingi, Carolingi e Capetingi.

Profanata durante la rivoluzione francese, diviene la Casa dell’Educazione delle figlie degli ufficiali  della Legion d’Onore, grazie a Napoleone (1809).

La Cattedrale di Notre-Dame – Quando nel 1160 il teologo Maurice de Sully diviene vescovo di Parigi, propone subito la costruzione di una nuova e più ampia cattedrale, in luogo di quella di Santo Stefano, ormai in rovina e la chiesa di Nostra Signora insufficiente per accogliere gli abitanti della capitale del regno di Francia.

La chiesa avrebbe avuto una pianta simile a quella della cattedrale di Santo Stefano, con cinque navate senza cappelle laterali ad eccezione di tre cappelle radiali. Il progetto si estendeva anche all’area circostante con l’apertura di una grande piazza di fronte alla cattedrale raggiungibile da una nuova strada più larga per agevolare l’accesso dei fedeli e la ricostruzione del palazzo vescovile.

In breve, la Cattedrale di Notre-Dame diventa un oggetto di riferimento per gli amanti dello stile gotico e un grande motivo di vanto per i regnanti francesi.

L’architettura, infatti, è molto singolare:  l’esterno vede una facciata  a tre ordini, il primo con grandi portali ad archi concentrici con porte bifore, sormontati da una processione di santi, il secondo con grandi finestre e un rosone centrale, il terzo più leggero con una successione di archi ogivali su esili colonne e due torri campanarie simmetriche. Un edificio monumentale, anche se oggi a stupire di più sono le decorazioni esterne, molto suggestive, aggiunte dall’architetto Eugène Viollet-le-Duc,  tra il 1843 e il 1864, raffiguranti cinquantaquattro mostri  immaginari, una sorta di chimere.

 

Il Rinascimento di Marcel Duchamp: l’epifania dei tempi moderni

«Cercavamo un’arte elementare che curasse gli uomini dalla follia dell’epoca, un ordine nuovo che ribaltasse l’equilibrio tra il cielo e l’inferno.» (Jean Arp)

Nella Zurigo del 1916, nel cuore della neutrale Svizzera, in un freddo febbraio, il poeta-artista rumeno Tristan Tsara inventa la parola “dada”. Sebbene il “dadaismo”, come viene chiamato successivamente dalla critica d’arte, fosse già cominciato nella pratica, il nome gli viene attribuito in ritardo. Intanto perché Dada non si proclama corrente artistica, né si vuole collocare nella scia dell’arte tradizionale, accademica, scolastica: nasce come l’anti-arte. Dada, infatti, combatte l’arte della borghesia, l’ottocento retrogrado e industrializzato che porta allo scoppio della prima guerra mondiale.
Contro chi i dada manifestavano il loro malcontento? Contro l’antichità (come facevano i futuristi), contro la guerra e i suoi orrori (contrariamente ai futuristi).
Il movimento Dada non si affida a una tecnica artistica, basa la sua potenza espressiva sulla provocazione, sul rifiuto di quella razionalità che ha portato l’uomo sull’orlo di una crisi esistenziale. La sua principale guida è il “non-senso”. I suoi principali promotori sono, a parte il fondatore Tsara, l’architetto rumeno Marcel Janco, il tedesco Hans Arp, ai quali si aggiungono successivamente il francese Marcel Duchamp (già dada nella sua produzione artistica cominciata nel 1913 con Ruota di bicicletta) e l’americano Man Ray.
In uno scorcio di secolo ancora bigotto, il linguaggio dada, irrispettoso, stravagante, disprezzante, dirompe nella vita artistica europea. Per il suo profilo antibelligerante, viene preferito al futurismo, rispetto al quale ha una durata maggiore.

marcelduchampMarcel Duchamp – Artista eclettico, pittore, scultore e scacchista nato nell’alta Normandia il 28 luglio del 1887, è considerato uno dei più importanti artisti del Novecento. In pittura, passa dal fauvismo al cubismo, dal dadaismo al surrealismo. Grazie all’invenzione del ready-made (“già pronto”) diventa il precursore dell’arte concettuale.
Rare le opere pittoriche esistenti, alle quali il pittore francese rinuncia perché la sua arte aderisca il più possibile alla realtà. Per tale motivo, preleva oggetti di diversa provenienza e crea nuove forme attraverso l’assemblaggio.

La Sposa messa a nudo dai suo Scapoli, anche (Il Grande Vetro), 1915-23, Philadelphia Museum of Art. Opera iniziata nel 1915 e lasciata “definitivamente incompiuta” dal 1923, consiste in doppio vetro stretto in una cornice d’acciaio e dipinto con biacca, minio, ossidi di piombo.ilgrandevetro

Il Grande Vetro (1915, non finito) è un esempio di composizione (dittico) con finalità decorative ed educative: un insieme di elementi geometrici (coni, cerchi, raggi, rette, la pala di un mulino ingabbiata) contrapposti ad elementi naturali (una nuvola traforata, buffi oggetti che sembrano animali e tutto quello che l’immaginazione può suggerire).
Sebbene lo stesso Duchamp sia stato invitato più volte a spiegare questo quadro e sebbene si riconoscano in esso delle opere già realizzate dallo stesso artista in pittura, è piacevole dare delle interpretazioni possibili a questa eclettica elaborazione.
E’ la possibile rivisitazione di un presepe? Un’epifania in chiave moderna? La ricerca di una nuova cometa, una guida che indichi una direzione all’umanità? Sotto di essa è collocata una sposa (così come indicata da Duchamp), simbolo di speranza e di erotismo. In basso, dei re Magi in chiave metafisica, di fronte a Gesù Giuseppe e Maria collocati sull’orlo di una gabbia dorata (la grotta) accessoriata con una pala di mulino (il corpo di Cristo che si immola per l’umanità?). La gabbia pare sostenuta da una strana struttura (che  Duchamp chiama “la macchina del cioccolato”, qui in versione di pressa per l’uva, altro simbolo cristiano, mediante un travaso compiuto attraverso una serie di coni che segnano il passaggio dalla gabbia alla macchina) che potrebbe prefigurare la croce del calvario di Cristo, giudicato dalla razionalità umana sotto gli occhi degli uomini (i fantocci a sinistra) e di Dio (i cerchi a destra).
Duchamp si rammarica delle finalità delle ultime espressioni artistiche. L’impressionismo, dice, è un’arte retinica, basata solo sull’uso della vista, al di là non esiste più nulla. Dopo secoli di arte figurativa in cui anche letteratura e religione s’incontravano, dall’impressionismo in poi si perdono i contenuti e tutto si ferma all’immagine. Nell’intento di ripristinare i contenuti dell’arte, Duchamp elabora opere che parlano di cristianità e senso della famiglia, come nel Rinascimento.

Italia prima nell’arte… dell’abbandono. Proposte e rimedi per una possibile rinascita

cappellasistinaNella bella puntata di Uno Mattina di oggi è stato trattato un importante tema alla base del futuro del nostro Paese: il valore dell’arte in Italia, le potenzialità e l’attuale stato. Su questi punti vi lascio facilmente immaginare cosa si è detto, visto che l’argomento è periodicamente trattato dai nostri mass-media, a volte con successo, a volte meno. Sul valore e sulle potenzialità del patrimonio artistico italiano non si discute e molti ce lo invidiano da secoli. Sullo stato attuale basta guardarsi intorno e vedere la situazione di degrado costante e, a quanto pare, inesorabile.

Sembra, però, che la situazione italiana sia in controtendenza con la situazione del resto del mondo, dove la compravendita di oggetti d’arte è continua e il settore in evidente fermento. I collezionisti, infatti, soprattutto i grandi collezionisti che fanno capo alle più importanti strutture museali, alle pinacoteche, alle case d’asta, acquistano e vendono senza interruzione nè cali di domanda. Anzi, il mercato si è arricchito di nuovi acquirenti quali i cinesi, i brasiliani, gli indiani, oltre ai soliti americani, giapponesi, tedeschi.

In studio, lo storico dell’arte Achille Bonito Oliva ha trattato il tema con la sua solita verve e la padronanza da vero esperto conoscitore di arte, soprattutto contemporanea. Ma la parte più illuminante del suo intervento è stata, per me, quella finale, in cui ha tracciato una sorta di manifesto perchè il settore si rivitalizzi ed esca dallo stato di crisi in cui si trova attualmente in Italia.

Perché se ne faccia un’adeguata diffusione, lo cito anche all’interno di questo sito:

  1. abbassare l’IVA ricadente sugli oggetti d’arte destinati alla compravendita;
  2. rendere detraibile fiscalmente la spesa relativa all’arte;
  3. utilizzare gli uomini di cultura e gli storici dell’arte come guide volontarie all’interno dei musei, per educare all’arte e alla bellezza.

Mi sento di sottoscrivere pienamente queste proposte e aggiungerei:

  • rendere la cultura più fruibile e appetibile, costruendo centri che accolgano gli artisti e le loro più fervide espressioni, non solo centri commerciali dove a primeggiare è sempre e solo l’elettronica e il videogioco.

Ce la faremo?

Sull’educazione dei nostri allievi

jjrousseauL’infanzia non è punto conosciuta: sulle false idee che se ne hanno, quanto più si va innanzi, tanto più ci si smarrisce. I più saggi si applicano a quello che importa agli uomini di sapere, senza considerare ciò che i fanciulli sono in grado d’imparare. Essi cercano sempre l’uomo nel fanciullo, senza pensare a quello che egli è prima di essere uomo. Ecco lo studio al quale mi sono dedicato di più, affinchè, ancor quando tutto il mio metodo fosse chimerico e falso, si potesse sempre approfittare delle mie osservazioni. Posso aver veduto molto male quello che occorra fare; ma credo di aver ben visto il soggetto sul quale si deve operare. Cominciate dunque con lo studiare meglio i vostri allievi, poichè certissimamente non li conoscete affatto: ora, se voi leggete questo libro con codesta intenzione, non lo credo senza utilità per voi.

Jean Jacques Rousseau, Emilio [1762]

Il Museo Mandralisca fra vecchio e nuovo mecenatismo

foto enrico pirainoIl Museo Mandralisca è una lungimirante creazione del mecenate ottocentesco Enrico Pirajno di Mandralisca (1809-1864), barone dalla cultura eclettica e dai molti interessi, studioso di malacologia, ornitologia, paleobotanica e botanica, archeologia e numismatica.

Quando non impegnato politicamente al Parlamento siciliano prima e nazionale poi, o trattenuto da gravi problemi di salute, viveva a stretto contatti con le aree di scavo eoliane (a Lipari possedeva estensioni di terreno in località Diana da dove estraeva numerosi reperti archeologici). Non mancò di acquistare, come testimonia il suo epistolario, anche dei reperti provenienti dagli scavi di Tindari (Me), che gli stessi monaci vendevano ai visitatori. Altro

Celebrazione dell’Anno Costantiniano a Capri Leone (Me)

Costantino imperatore (274-337 d.C.)Ieri, 26 luglio 2013, alle ore 18, presso la Chiesa di S. Costantino sita in Capri Leone (Me) nell’omonima via, in occasione del XVII centenario costantiniano, si è svolto un convegno di studi intitolato “S. Costantino: tra storia e tradizione popolare“. Tra i relatori, introdotti dall’On. Bernardette Grasso e dal parroco Don Gaetano Vicario, e coordinati dal Don Stefano Brancatelli, si sono susseguiti il Sindaco di Sedilo (Or), dott. Umberto Cocco, i proff. Antonino Pinzone, Pietro Paolo Onida, Emanuele Di Santo, Nuccio Lo Castro. Altro

La creatività italiana sfida l’era della globalizzazione

foto cultura globalizzazioneIn un mercato economico mondiale dominato dalle multinazionali e da colossali intermediari finanziari, lo spazio lasciato ai singoli Stati per stabilire i criteri commerciali e finanziari è molto esiguo. Ne discende la difficoltà dei nostri Paesi, “troppo piccoli per affrontare i grandi problemi e troppo grandi per affrontare quelli piccoli” (R. Aron). Queste difficoltà si ripercuotono sul tessuto sociale e mostrano la fragilità dei governi di fronte al nuovo che avanza: chi difende i vecchi stili di vita e l’identità culturale di un popolo (diventato, di fronte al mondo globalizzato, una piccola comunità)? Altro

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