Storia dell’unità d’Italia/parte seconda

Il proclama di Moncalieri del 1849, pronunciato dal D’Azeglio volle mettere la parola fine al pandemonio creatosi in seno alla camera dei deputati sulla questione della lotta per l’indipendenza (i democratici infatti volevano la guerra a tutti i costi, ma il ministro li invitò ad osservare lo statuto, che prevedeva il diritto di fare la pace, e tale diritto era proprio del re). Essa infatti stava compromettendo lo sviluppo democratico del paese, la sua navigazione verso un governo parlamentare. Per questo il presidente del consiglio pensò a un atto di forza: sciogliere le camere e passare alle nuove elezioni. Questa soluzione, drastica e pericolosa da un lato, presentava buone giustificazioni: innanzitutto si voleva dimostrare la forza del governo, poi l’importanza del momento per le istituzioni liberali. Le nuove elezioni infatti non avrebbero cambiato nulla in termini di rappresentanza, ma avrebbero dovuto invitare la parte democratica ad accettare posizioni più moderate (il governo D’Azeglio cadde sulle leggi sul matrimonio).

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dallo Statuto Albertino all’unità d’Italia (1848-1861)

Massimo Taparelli marchese D'Azeglio, primo ministro del Regno di Sardegna dal 1849 al 1852, in un dipinto di Francesco Hayes del 1860.

Attraverso la carta costituzionale del regno di Sardegna (detta Statuto Albertino), il re CArlo Alberto si era garantito il mantenimento di grandi poteri, pur accettando l’istituzione di organi collegiali come il Governo e il Parlamento: egli era contemporaneamente Capo dello Stato, capo del governo e capo dell’Amministrazione. L’idea di rappresentanza popolare era entrata di prepotenza in tutte le costituzioni europee complice non solo la rivoluzione francese, ma l’esempio del governo parlamentare inglese (vedi Reform Bill del 1832), con il quale veniva assimilata anche l’idea del potere che limita il potere, che già fu di Montesquieu e della costituzione americana.

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